
A prima vista sembrano forme geologiche, sezioni di tronchi, superfici modellate dall'erosione o da antichi processi naturali. Le sculture di Jae Ko sorprendono proprio per questa ambiguità, hanno la presenza visiva della pietra e del legno, ma sono realizzate con un materiale comune e apparentemente fragile come la carta. Rotoli destinati all'uso quotidiano, fogli riciclati e carta kraft diventano, attraverso un paziente lavoro di trasformazione, strutture tridimensionali di notevole forza espressiva.

Da oltre quarant'anni Ko indaga le possibilità plastiche della carta, liberandola dalla sua funzione abituale. Non la utilizza come semplice supporto per un'immagine, ma come materia da piegare, avvolgere, comprimere e accumulare. Il risultato è una scultura nella quale il processo di realizzazione rimane visibile: ogni strato, scanalatura e curva conserva la traccia di un gesto ripetuto, mentre la somma di elementi sottili produce volumi compatti e sorprendenti.

Il suo metodo combina rigore e sperimentazione. Ko parte spesso da rotoli di carta per calcolatrici e registratori di cassa, li srotola e li riavvolge in modo meno serrato, così da poterli manipolare. Li torce, piega, sovrappone e comprime; in seguito può immergerli nell’acqua e negli inchiostri, tagliarli, inciderli o sottoporli all'azione degli elementi naturali. In alcune opere lascia che siano il tempo, la luce del sole, la sabbia, la terra o l'acqua marina a intervenire sulla materia. La carta non è quindi soltanto plasmata dall’artista: partecipa alla trasformazione, reagisce e talvolta determina sviluppi non del tutto prevedibili.

Una componente importante di questa ricerca è il sumi, tradizionale inchiostro utilizzato nella calligrafia e nella pittura dell'Asia orientale, prodotto tradizionalmente a partire dalla fuliggine. Ko ne sfrutta la capacità di impregnare la carta e di accentuarne le qualità tattili e cromatiche. La scelta è anche concettuale: carta e inchiostro condividono un'origine legata al legno, ma attraverso processi produttivi differenti. Nelle opere più recenti, accanto ai neri profondi, compaiono colori intensi come blu, verde, rosso e viola, che trasformano le superfici in successioni di fasce e strati quasi minerali.

Design Milk racconta come la natura sia una presenza costante, ma non viene riprodotta in modo illustrativo. Le spirali possono ricordare gli anelli di accrescimento di un albero, le stratificazioni di una roccia o i movimenti dell'acqua; le grandi installazioni evocano invece colline, ghiacciai, onde e correnti d'aria. L'interesse dell'artista non è tanto rappresentare un paesaggio, quanto tradurne le dinamiche, crescita, accumulo, erosione, pressione e movimento. Le forme sembrano così conservare la memoria di forze che le hanno generate, proprio come accade nelle strutture naturali.

Nelle opere di Jae Ko convivono così due apparenti contraddizioni, la fragilità della carta e la solidità della scultura, la precisione del procedimento e l'imprevedibilità delle trasformazioni. La materia più ordinaria acquista una nuova identità senza nascondere la propria origine. Anzi, è proprio la sua storia materiale – fatta di pieghe, fibre, compressioni e tracce – a diventare il cuore dell'opera. La carta, normalmente destinata a essere scritta, letta o gettata, si trasforma in un paesaggio da osservare e attraversare con lo sguardo, una forma di memoria in cui il tempo non viene raccontato, ma reso visibile.




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